Tra agosto 2025 e marzo 2026 le PMI italiane hanno perso 5,3 milioni di euro al giorno di export verso gli USA. Nonostante il caro energia cara, il PIL sotto l'1% ed i mercati in frenata, le PMI continuano a resistere.
Secondo l'analisi di Confartigianato pubblicata a fine maggio 2026, tra agosto 2025 e marzo 2026 le PMI del Made in Italy hanno perso 1,293 miliardi di euro di esportazioni verso gli Stati Uniti: una media di 5,3 milioni al giorno, effetto combinato dei dazi americani, di un dollaro svalutato del 9% sull'euro e di un commercio globale in contrazione.
Non è il primo colpo. Non sarà l'ultimo. Eppure le PMI italiane producono, assumono, esportano, innovano. La domanda quindi è: cosa le tiene in piedi?
La lunga stagione degli shock dal 2020 ad oggi
Per capire la tenuta delle PMI italiane bisogna prima capire cosa hanno dovuto attraversare negli ultimi sei anni. Non si è trattato di un singolo evento difficile, ma di una sequenza di crisi consecutive, ciascuna capace da sola di essere decisiva.

· 2020-2021: la pandemia.
Il fatturato delle PMI italiane è crollato dell'8,6% nel 2020, secondo il Rapporto Regionale PMI di Confindustria e Cerved. La ripresa del 2021 (+8,1% stimato) non è bastata a colmare il gap accumulato rispetto al 2019.
· 2022: la guerra in Ucraina e lo shock energetico.
L'invasione russa del 24 febbraio 2022 ha innescato una crisi energetica senza precedenti. Il Centro Studi di Confindustria ha stimato che l'incidenza dei costi energetici sul totale dei costi di produzione per le imprese italiane avrebbe potuto raggiungere l'8,8% nel 2022 , più del doppio del dato francese (3,9%) e quasi un terzo in più di quello tedesco (6,8%). Secondo l'Ufficio Studi di Confartigianato, nel triennio 2022-2024 il conto complessivo delle guerre per l'economia italiana ha raggiunto 171,4 miliardi di euro, tra minori esportazioni, caro energia e maggiori oneri finanziari. La bolletta energetica importata è aumentata di 76,3 miliardi di euro rispetto ai livelli normali del 2021.
· 2022-2023: il caro tassi.
Per contenere l'inflazione generata dallo shock energetico, la BCE ha alzato i tassi di 400 punti base in soli dodici mesi. L'impatto sulle PMI è stato immediato: 55,6 miliardi di euro di maggiori oneri finanziari nel triennio 2022-2024, con i prestiti alle imprese ancora in negativo a fine 2024 (-2,3% annuo, fonte: Confartigianato su dati Banca d'Italia).
· 2025-2026: dazi USA e crisi del Golfo.
Il presidente di Confartigianato Marco Granelli ha descritto la situazione attuale come una "tempesta perfetta": dazi diretti al 25% cumulato sulle importazioni italiane negli USA, rallentamento del commercio globale e dollaro svalutato del 9% sull'euro. A questo si aggiunge, nel 2026, la crisi energetica legata al conflitto nel Golfo: secondo il Centro Studi di Confindustria, se il conflitto si protraesse, l'incidenza dei costi energetici sul fatturato manifatturiero italiano potrebbe tornare al 7,6%, avvicinandosi all'8,3% toccato nel 2022
Sei anni. Cinque crisi distinte. Le PMI italiane le hanno attraversate tutte.
Il vantaggio del radicamento territoriale
Il primo motivo di tenuta è strutturale e spesso sottovalutato: un'impresa radicata nel non dipende da catene di fornitura globalizzate che si spezzano al primo shock geopolitico.

La coesione territoriale rafforza il legame con le comunità locali, consolida il radicamento delle aziende e favorisce una relazione più solida con i clienti — tutti fattori che si traducono in maggiore capacità di assorbire gli shock esterni. È un tema che abbiamo trattato anche nell'articolo Made in Italy e sostenibilità: un legame che viene da lontano.
La dimensione piccola come leva di adattamento
Il secondo fattore è la velocità decisionale. Le PMI italiane sono caratterizzate da elevata specializzazione settoriale e strutture snelle che consentono di cambiare direzione senza inerzie organizzative. Quello che per una grande impresa richiede anni, come un nuovo mercato, un prodotto adattato, una ridefinizione del posizionamento, per una PMI richiede qualche mese.
È un vantaggio competitivo misurabile, particolarmente rilevante in fasi di forte volatilità come quella attuale.
L'innovazione che non fa notizia
Il terzo fattore smentisce uno dei luoghi comuni più diffusi: che le PMI italiane siano tradizionali per definizione e digitalmente arretrate per scelta.
Secondo il report del Forum sulla Sostenibilità di Confartigianato (giugno 2026), le micro e piccole imprese mostrano una crescita della spesa in ricerca e sviluppo pari al +39%, superiore al +33% delle medio-grandi.

Il 70% delle PMI nel 2025 ha investito nel digitale, il 25% in tecnologie a minor impatto ambientale. Dati che si inseriscono nel più ampio percorso di certificazione e valorizzazione del Made in Italy.
Le PMI italiane innovano, lo fanno senza proclami e spesso senza accedere a incentivi pubblici.
Il costo invisibile della tenuta
La resilienza delle PMI italiane ha un costo che i dati aggregati non catturano: l'imprenditore che rinuncia allo stipendio per mantenere i dipendenti, il fido bancario rinnovato per l'ultima volta, il familiare che rientra in azienda in emergenza.
Secondo le stime ISTAT, il PIL italiano è atteso in crescita dello 0,8% nel 2026, dopo lo 0,5% del 2025 ,una traiettoria positiva ma nella fascia bassa delle economie europee. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, nel Libro Bianco Made in Italy 2030, riconosce la straordinaria resilienza del sistema produttivo nazionale basata sull'eccellenza ad alta specializzazione, ma individua anche i nodi strutturali che la frenano: burocrazia, accesso al credito, deficit di capitale umano qualificato.
Quello che le PMI italiane chiedono è il riconoscimento del valore che producono: per il territorio, per l'occupazione, per la qualità del Made in Italy sui mercati internazionali. Come raccontiamo ogni giorno sulle pagine del blog di Eccellenze Italiane la resilienza è un dato di fatto, ma il sistema che la supporta è ancora incompleto.